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Maria Cristina Chiusa (Associazione per le Arti Francesco Mazzola, Parma, Italy)
San Pietro Martire da Verona, divenuto Inquisitore nel 1240, spendeva la propria vita nelle fila dell’ordine domenicano, accomunando alla predicazione e ai numerosi miracoli, di cui narrano i biografi, l’attività dell’inquisizione contro l’eresia. Tale vicenda biografica s’inscrive nel novero di una ricca letteratura dedicata all’azione secolare del Tribunale dell’Inquisizione che avrà un peso significativo nel quadro della civiltà e della storia italiana a partire dal XIII secolo. Una guerra di religione duecentesca che all’insegna della lotta contro gli eretici avrebbe innalzato un muro plurisecolare fra i seguaci più ligi alla regola di sacra romana chiesa e i dissidenti, fra “fedele” e “infedele”.
Le implicazioni del fenomeno nei tratti culturali e storico-politici dell’area settentrionale della penisola furono di grande portata, legate com’erano alla coscienza comune, alla maniera di sentire, alle stesse testimonianze più esplicite del vivere comune come la vita civile, religiosa, politica o culturale. Il clima del sospetto avrebbe infatti favorito un irrigidimento delle consuetudini sociali, subordinate al benestare del dogma cattolico che in breve avrebbe stigmatizzato la liceità di determinati comportamenti in un copione di rigorosa osservanza.
La fenomenologia, storica anzitutto, che ne conseguirà darà vita ad un nuova concezione dell’esistenza, come pure della morte: anzi, proprio il senso della morte, del disfacimento della carne, della giusta nemesi divina, anticipando, sia pure con differenti connotazioni, il marcato, macabro, realismo denunciato da R.Romano negli ultimi decenni del XIV secolo, avrebbe indotto la coscienza comune ad un disagio esistenziale e ad uno stato di minorità, da riscattare attraverso la mortificazione del corpo.
Anche lo spettro meramente culturale finisce con il privilegiare due aspetti prevalenti: l’edificazione spirituale da un lato, la mortificazione corporale dall’altro. Di tale cristallizzazione la civiltà figurativa costituisce forse l’aspetto più lampante: basterà scorrere il catalogo dei martirologi, delle torture, delle vere e proprie sevizie cui sarebbero stati sottoposti tutti gli “eletti” o coloro che avessero deviato dalla norma prevista dalla comune osservanza.
Ciò che caratterizza il pensiero come i tratti della scultura e della pittura dal XIII a tutto il XV secolo in area settentrionale è una generale intonazione alla salvezza eterna, da perseguire ad ogni costo, spesso attraverso le prove più estreme. &
Un vero e proprio sistema, filtrato dal tomismo, regola un universo piegato e sottomesso: e la violenza, gli agguati, le uccisioni, la tortura finiscono con il divenire la testimonianza più veridica di giusta punizione: nelle arti soprattutto. Quale espressione appare più efficace della pittura, o della scultura, ad indicare agli occhi di tutti, la brutta fine di un reo?
Ma, ad entrare nel cuore della questione, esiste una coscienza parallela: i dissidenti eretici, dal canto loro, intervengono opponendo resistenza, e rendendo a violenza altrettanta violenza. Le storie di San Pietro Martire raccontate da Vincenzo Foppa nella cappella Portinari, in Sant’Eustorgio a Milano fra il 1462 e il 1468, così come dalla bottega di Angelo e Bartolomeo degli Erri, epigoni di Piero della Francesca, negli anni cinquanta del XV secolo nel dossale presso la Galleria nazionale di Parma, ne offrono, credo, una significativa campionatura. Seguirà all’analisi delle opere una riflessione a proposito del valore del messaggio visivo e dell’incidenza del significato iconografico, culturale e politico cui era assegnato un vero e proprio programma didascalico nei confronti del pubblico: un retaggio certo delle bibliae pauperum di gregoriana memoria.
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